
Ci sono cose che si comprendono davvero soltanto quando ci si allontana abbastanza da poterle guardare per intero.
Per me è successo lasciando l’Aeronautica Militare.
Il 15° Stormo è stato il mio primo e unico reparto operativo. Non ho termini di paragone interni, non ho attraversato altri Stormi né conosciuto dall’interno, se non marginalmente, altre comunità professionali o altre culture operative della Forza Armata. Sono cresciuto lì, mi sono innamorato della sua missione, dei suoi aeromobili e soprattutto delle sue persone; ho portato con fierezza lo spirito dei miei anziani e costruito una parte importante di ciò che sono sull’esempio di uomini e professionisti che, pur operando spesso lontano dai riflettori, non si sono mai considerati figli di un dio minore né secondi a nessuno.
Eppure credo che in molti di noi abbia sempre abitato un sentimento strano, una sorta di inadeguatezza di fondo, non necessariamente dichiarata e forse nemmeno pienamente consapevole, ma abbastanza presente da accompagnare intere generazioni.
Il confronto, quasi inevitabilmente, finiva per diventare quello tra “noi” e “loro”: noi gli “elicotterari”, loro i “jettaroli”. Noi quelli del Soccorso, della bassa quota, delle notti trascorse ad aspettare una chiamata, del verricello, delle montagne, del mare, delle piazzole improbabili e di missioni che raramente finiscono sui manifesti; loro, almeno nel nostro immaginario, la punta di diamante della Forza Armata, i reparti da combattimento, gli aeroplani veloci, le macchine più visibili e celebrate, spesso percepite come meglio equipaggiate, meglio supportate e più vicine al centro naturale dell’attenzione.
È un confronto un po’ da stadio e, come tutti i confronti di quel tipo, racconta soltanto una parte della realtà. Il problema è che le percezioni, quando durano abbastanza a lungo, finiscono per produrre conseguenze reali e, nel nostro caso, non sempre ci hanno spinto a reagire nella maniera migliore.
Talvolta hanno generato orgoglio e voglia di dimostrare il nostro valore; altre volte, invece, hanno favorito una cultura del basso profilo intesa non più come sobrietà professionale, ma quasi come strategia di sopravvivenza: non esporsi troppo, non dire troppo, non fare troppo rumore e, nel peggiore dei casi, rinunciare perfino a ESSERE.
Abbiamo certamente sbagliato, come sbagliano tutte le organizzazioni e tutte le comunità professionali. Abbiamo commesso errori, preso decisioni discutibili, perso occasioni e siamo stati giudicati, talvolta giustamente e talvolta — questa è almeno la sensazione che molti di noi hanno condiviso — attraverso pregiudizi difficili da scalfire. Stabilire oggi quanto di quel giudizio fosse conseguenza delle nostre responsabilità e quanto invece derivasse da una percezione già consolidata è probabilmente impossibile, ma forse non è neppure la domanda più importante.
Perché c’è una responsabilità che appartiene soltanto a noi: non trasformare mai il giudizio degli altri nel limite che imponiamo a noi stessi.
Ed è proprio lì, credo, che qualche volta abbiamo perso qualcosa. Non nelle capacità, nella professionalità o nella passione, che raramente sono mancate, ma nella percezione del nostro stesso valore.
Oggi guardo tutto questo da una posizione diversa.
Dopo aver lasciato la Forza Armata ho iniziato un’altra esperienza professionale. Ho lavorato nel mondo dell’elisoccorso civile e oggi mi occupo di istruzione e addestramento in un contesto industriale e aeronautico differente. Ho avuto modo di osservare altre organizzazioni, altri equipaggi, altri piloti e altri istruttori, confrontandomi con modi diversi di intendere la preparazione, la leadership, la responsabilità e il rapporto con il rischio.
In altre parole, sono uscito dal recinto.
E fuori ho visto.
Consentitemi questa espressione un po’ cinematografica, perché poche altre rendono altrettanto bene ciò che voglio dire. È stato soltanto guardando il nostro mondo dall’esterno che ho cominciato a comprendere quanto patrimonio avessimo avuto tra le mani e quanto, vivendoci immersi ogni giorno, fossimo incapaci di riconoscerlo pienamente.
Da dentro molte cose sembravano normali, quasi scontate. Ma quando si cresce in un ambiente nel quale determinate qualità sono diffuse, si finisce inevitabilmente per considerarle ordinarie.
Non lo sono.
Fuori si nota la capacità di pianificare e, nello stesso tempo, di essere pronti ad abbandonare il piano quando la situazione lo richiede. Si nota la naturalezza con cui si impara a lavorare sotto pressione, mantenendo insieme informazioni, persone, macchina, ambiente e missione senza perdere il quadro generale. Si nota quella disposizione ad assumersi responsabilità che, nel nostro mestiere, non nasce soltanto nelle grandi emergenze, ma viene allenata giorno dopo giorno nella banalissima quotidianità del volo operativo.
Si nota, soprattutto, la capacità di comando.
Non quella che deriva automaticamente dal grado riportato sulla spalla, ma quella che nasce quando qualcuno deve decidere, spiegare, ascoltare, correggere, assumersi le conseguenze di una scelta e continuare a far funzionare un gruppo anche quando la situazione diventa complessa, il tempo si riduce e le informazioni non sono mai tutte quelle che vorremmo avere.
E poi c’è qualcosa di più difficile da definire, qualcosa che rischia di sembrare retorico finché non si ha occasione di osservarlo dall’esterno.
La classe.
Permettetemi di dirlo con eleganza, ma la classe non è acqua.
Non parlo di eleganza formale né di appartenenza a una qualche élite; parlo di una postura professionale, del modo in cui si affronta un problema, si entra in una sala briefing, si riconosce un errore, si parla a un giovane o si accetta che un giovane possa avere qualcosa da dire a chi possiede più esperienza. Parlo del modo in cui si affronta un compito difficile senza sentire continuamente il bisogno di raccontare quanto sia difficile.
Sono tutte cose che, quando ero dentro, consideravo normali.
Oggi non lo faccio più.
Ed è anche per questo che sento di voler dire qualcosa soprattutto ai più giovani, a quelli che oggi attraversano gli hangar, le stanze e le linee volo nelle quali siamo passati noi e che vivono immersi nel rumore quotidiano delle inefficienze, delle carenze, dei turni, degli ordini, delle limitazioni, delle incomprensioni e di tutte quelle piccole e grandi frustrazioni che inevitabilmente accompagnano una realtà operativa.
Non lasciate che quel rumore vi impedisca di vedere ciò che avete intorno.
Il 15° Stormo e le tradizioni dei suoi Centri non sono semplicemente il luogo nel quale state svolgendo un incarico. Sono una straordinaria palestra professionale e umana, una scuola di Comando, Responsabilità e Azione nella quale si impara, spesso senza rendersene conto, a stare dentro situazioni complesse senza esserne travolti.
Forse ve ne accorgerete davvero soltanto quando ne uscirete. Io me ne sono accorto allora, e una delle ragioni per cui scrivo queste righe è proprio il desiderio di risparmiarvi, almeno in parte, questo ritardo nella consapevolezza.
Siamo certamente depositari di Valori e Tradizioni, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Siamo soprattutto depositari di opportunità: opportunità di crescita, confronto, miglioramento, formazione professionale e umana. Il nostro errore più grande è stato forse quello di interpretarci talvolta come una periferia della Forza Armata, finendo inconsapevolmente per comportarci come tale.
Quel nostro “mood da diseredati”, concedetemi l’espressione, potrebbe averci fatto più male di molti dei problemi che abbiamo attribuito agli altri, perché una Comunità che comincia a pensarsi marginale rischia lentamente di diventarlo. Una Comunità che invece prende coscienza del proprio valore non ha bisogno di proclamarsi migliore: smette semplicemente di cercare legittimazione e comincia a produrre risultati che rendono quella legittimazione superflua.
Ed è qui, a mio avviso, che abbiamo ancora moltissimo da fare.
Non tutto ciò che cambia è progresso e non tutto ciò che assomiglia alle organizzazioni più grandi è necessariamente adatto alla nostra Missione. È una riflessione che porto con me osservando oggi anche il mondo civile, dove vedo organizzazioni cercare di acquisire o recuperare proprio alcune caratteristiche che appartenevano naturalmente ai reparti militari: flessibilità, capacità multidisciplinari, autonomia operativa, integrazione delle competenze e capacità di reagire rapidamente quando la realtà non corrisponde al piano.
Contemporaneamente mi domando se noi, in qualche caso, non abbiamo percorso la strada inversa.
Abbiamo specializzato, separato, segmentato e formalizzato, certamente per buone ragioni e spesso sulla spinta di necessità normative, tecniche o organizzative. Ma ogni volta che togliamo una competenza o restringiamo un ruolo non dovremmo avere la lucidità di chiederci non soltanto cosa stiamo guadagnando, ma anche cosa stiamo perdendo?
Penso, ad esempio, agli Operatori di Bordo delle generazioni precedenti, molti dei quali possedevano una conoscenza tecnica della macchina che andava ben oltre il perimetro di una singola mansione. Erano capaci di leggere l’aeromobile quasi fisicamente, comprenderne il comportamento e contribuire alla risoluzione di un problema con una profondità derivata dall’esperienza, dalla continuità e da una formazione più trasversale.
Non significa idealizzare il passato. Il passato aveva limiti, inefficienze e rischi che sarebbe sciocco voler riprodurre, ma sarebbe altrettanto sbagliato non domandarsi se, nel correggerli, abbiamo rinunciato anche a qualcosa di prezioso.
Il punto non è tornare indietro.
È capire cosa non avremmo mai dovuto lasciare per strada.
Un reparto operativo, qualunque sia il modello organizzativo adottato, deve infatti continuare a essere valutato innanzitutto sulla propria capacità di produrre operatività. Tutto ciò che mette carburante nei serbatoi di quella capacità merita di essere protetto; tutto ciò che, metaforicamente, mette ceppi ai carrelli dovrebbe almeno essere discusso con il coraggio necessario, anche quando significa rimettere in questione regole consolidate o porre domande che qualcuno preferirebbe non sentire.
Le organizzazioni sane, d’altronde, non sono quelle nelle quali nessuno mette in discussione nulla, ma quelle nelle quali è possibile mettere in discussione qualcosa senza che questo venga percepito come un attacco all’organizzazione stessa.
E qui vorrei rivolgermi anche a noi “anziani”: quelli veri, quelli meno anziani, i congedati, i pensionati, chi continua a frequentare il reparto e chi ormai lo incontra soprattutto nelle fotografie, nei ricordi o nelle pagine di questo sito.
Nessuno di noi dovrebbe mai convincersi di sapere già cosa pensano i giovani, cosa desiderano o, peggio ancora, cosa dovrebbero desiderare. Ogni generazione ha avuto la sensazione che quella successiva fosse diversa, e naturalmente lo è: cambia il mondo nel quale cresce, cambiano i riferimenti, le aspettative e persino il significato attribuito al lavoro e all’appartenenza.
Se però continuiamo, generazione dopo generazione, ad attraversare lo stesso terreno con quel sottile e asfissiante sospetto di essere la pecora nera di una famiglia più prestigiosa, allora forse dovremmo avere l’umiltà di domandarci perché, non per distribuire colpe ma per interrompere il ciclo.
Gli anziani hanno moltissimo da insegnare ai giovani, ma anche i giovani hanno qualcosa da insegnare agli anziani. Perché questo accada servono la pazienza di raccontare senza imporre e, forse ancora di più, quella di ascoltare senza liquidare ciò che non riconosciamo immediatamente come nostro.
Le tradizioni, del resto, non sopravvivono quando vengono conservate sotto vetro. Sopravvivono quando una generazione riesce a spiegare alla successiva perché valga ancora la pena portarle con sé.
Chi mi conosce sa che non sono particolarmente incline alle filippiche appassionate e che non mi interessa scrivere per il piacere narcisistico di rileggermi né dispensare lezioni da una comoda posizione esterna. Se condivido queste riflessioni è perché credo possano avere un’utilità e diventare, per usare un’espressione che mi piace, un food for thought: non una verità da accettare, ma una domanda da lasciare sul tavolo.
Le difficoltà, quando esistono, non sono problemi da occultare né fastidiose deviazioni dalla narrazione che vorremmo dare di noi stessi. Sono fatti. E i fatti vanno guardati, compresi, sviscerati e affrontati con la voglia di reagire, non con la sconsolata rassegnazione di chi finisce per considerarli immutabili.
È forse questo il messaggio che vorrei lasciare ai giovani del 15° Stormo di oggi e a quelli che arriveranno domani.
Non sentitevi secondi a nessuno. Non per arroganza, ma esattamente per il contrario: perché avete l’opportunità di crescere in una comunità che vi chiederà molto e che, proprio per questo, può darvi moltissimo.
Guardate i vostri anziani, imparate da quelli bravi e cercate di superarli. Mettete in discussione ciò che non funziona e difendete ciò che funziona; abbiate rispetto delle tradizioni senza trasformarle in alibi e soprattutto non confondete mai il basso profilo con il basso valore.
Non aspettate di uscire dal recinto per rendervi conto della qualità di ciò che avete ricevuto.
Io sono uscito.
E fuori ho visto.
Ho visto quanto valgono il nostro addestramento e la nostra formazione, quanto valgono certe abitudini che consideravo normali, quanto vale il metodo e quanto conta essere cresciuti in un luogo dove stare insieme davanti a un problema non era una teoria organizzativa, ma semplicemente il modo nel quale si facevano le cose.
Ho capito così che molte delle qualità che pensavo appartenessero genericamente al mestiere appartenevano, in realtà, anche al luogo nel quale avevo imparato a farlo.
Non provo rimpianto. La vita va avanti, e sono profondamente grato per le esperienze che sono venute dopo e per quelle che ancora verranno. Ma c’è qualcosa che, almeno per me, non si è più ripresentato nello stesso modo: quel particolare sentimento di appartenenza per cui, anche dopo anni, basta incontrare una persona, ricordare un equipaggio, rivedere un simbolo o ascoltare poche parole per sentirsi nuovamente parte di qualcosa.
Vi leggo, vi seguo e vi sostengo, con la consapevolezza forse più nitida di allora di quanto io sia orgoglioso delle mie radici, della mia formazione e della mia appartenenza. Sono orgoglioso di quelli che mi hanno preceduto, di quelli con cui ho avuto la fortuna di volare, di quelli che oggi portano avanti quella missione e anche di quelli che arriveranno domani senza conoscere ancora fino in fondo il valore di ciò che stanno per ricevere.
Forse è proprio questo che significa appartenere davvero a un reparto: poter cambiare uniforme, lavoro, aeromobili e organizzazione, andarsene senza andarsene completamente e scoprire, a distanza di anni, che una parte di ciò che siamo continua ad avere lo stesso colore, lo stesso valore.
Mammajut!


















































